2010 - Ctrl+N
La torre delle meraviglie: metamorfosi e altre mirabilia
A tutti coloro che
sanno leggere tra le righe,
percepire oltre l’intuibile,
sentire oltre il percettibile,
vedere oltre il visibile …

C’era una volta un re seduto sul sofà che disse alla sua regina: <<raccontami una storia>> e la storia cominciò …
Un giorno nel bel mezzo di un campo, tra erba e cemento, comparvero insoliti dischi, misteriose ruote d’acciaio che riflettevano la luce e l’ombra del giorno e rispondevano, con le loro vibrazioni, al tocco di chi osava battervi sopra la mano …
Qualcuno, stranito, pensò allo sbarco di sconosciuti esseri giunti da lontano, ma altri invitarono al silenzio e all’ascolto …
Un video di colori luminosi, che rimbalzando sullo schermo mutavano cromia e forma, espandendosi e fluttuando, attirò l’attenzione sull’ingresso di una torre.
Gli abitanti del paese si rivolsero quindi da quella parte, ma solo il vecchio ed esperto saggio, provvisto di lume e bastone, con circospezione entrò …
Davanti ai suoi occhi, in un’atmosfera onirica e surreale, apparvero altre meraviglie e inconsueti oggetti: metamorfici abiti, goticheggianti maschere, immagini mutevoli, materie trasformate in nuove esistenze, reminiscenze del passato trascorso.
Il vecchio si addentrò oltre, salendo la scala che al suo passo un poco scricchiolava, trovò appesi ferri aggrovigliati in inconsuete figure umane e ombre della loro presenza, scatole ottiche nelle quali anamorfosi svelavano nuove visioni. Nella torre suoni diversi si sovrapponevano, in un ensemble che solo pian piano, avvicinandosi alla fonte di provenienza, si schiariva, facendone percepire le forme, gli accordi e le composizioni.
Il saggio si appoggiò sul bastone e salì altri gradini …
In uno spazio oscurato dal sole vide, tra lampi di chiaro, due sculture antropomorfiche alle prese con una sensuale danza e atavica lotta, inerti nella loro consistenza, ma perennemente mobili alla luce.
Il vecchio rimase nella torre, in un sovrapporsi di stimoli sensoriali, finché il suo sguardo si colmò, il suo udito si riempì e il suo tatto si saziò.
Solo allora ridiscese con attenzione tutti i gradini uno ad uno, tenendosi stretto al corrimano, raggiunse l’uscita e senza dire nulla agli astanti si allontanò dalla torre volgendole le spalle chine ...
Dissero che uscì confuso, un poco zoppicante e stordito, segnato nel bel mezzo della fronte da una profonda ruga che crucciava il suo sguardo …
Quel giorno una piccola metamorfosi si era compiuta.

Anna Lisa Ghirardi, maggio 2010

Claus Khan
Le sculture di Claus Khan sono architetture modulari, ovvero costruzioni generate da misure e forme geometriche ripetute, alla ricerca di una costruzione armonica. Claus opera all’interno di una concezione compositiva strettamente connessa alla cultura antica, che ci riporta proprio in quella terra tanto amata dell’artista, la Grecia, sebbene non manchino nelle sue creazioni suggestioni scaturite da altre culture arcaiche o esotiche. Non è un caso pertanto che una scultura abbia il titolo greco Zoi, da ???, vita. Le sue stesse opere, attraverso un’accelerazione artificiale attuata dall’artista, sono percorse dai segni del tempo. I grandi dischi lavorati con acidi, terra, a volte catrame, nella metamorfosi compiuta, palesano il riferimento all’esistenza: la materia è mutevole, quindi viva. L’acciaio lucido e riflettente si trasforma talora in superficie opaca, sporca, grezza, e talora da resistente e serrato in uno spazio lacerato. Le opere sono pertanto metafore nelle quali Claus sembra rileggere il pensiero, l’iter umano: dalla creazione, all’evoluzione, in un movimento ritmico e perenne. Non mancano invero nelle sue sculture riferimenti espliciti a temi sociali, quali l’indifferenza e l’ossessione.

Claudia Lauro nasce a Gavardo (BS) nel 1980. Consegue la maturità artistica presso il liceo “Calini” e si laurea alla LABA di Brescia, indirizzo Scultura. Dal 2002 espone e partecipa a simposi, in Italia e all’estero. L’artista si propone al pubblico nella sua multiforme essenza, le sue varie creazioni artistiche (pittura, scultura, fotografia,…) sono infatti presentate come opera di artiste diverse: Claus Khan, Claus, Claus Laus e Claudine Jepiou.

CARLO LAMBERTI

Nel Video Contaminazioni gocce di colore cadono in uno strato di tempera bianca, in un dripping che va oltre la tela, la superficie. I pigmenti affondano nella tempera per poi tornare a galla in immagini fluttuanti e mutevoli. É il puro bianco, la candida pagina, che accoglie come una madre l’iride cromatica, lasciandosi contaminare. Le immagini non sono legate alla semplice azione del pittore, ma procedono autonome nel loro continuo farsi, in una percezione che muta: un susseguirsi di frame pittorici creano molteplici quadri, dimensioni astratte, memori delle prime Composizioni di Kandinskij. Il lento e meditato dripping ci allontana dal ritmo incalzante dell’Action Painting, qui l’azione è infatti dilatata in un tempo che sembra percorrere lo spazio senza fretta e in apparente assenza di suoni, se non fosse per il pacato rumore del gocciolio del colore, una pausa nel ritmo del silenzio. Inversamente, frenetico è il mondo che si muove attorno.
Nel video la materia, il colore, le forme, i rumori si contaminano, come avviene nei paesaggi, nelle ambientazioni, nella società, nelle culture, nelle filosofie, ... L’uomo in fondo è come una goccia di colore.

Nasce a Brescia nel 1982. Si diploma nel 2001 al liceo scientifico, indirizzo artistico, “Calini” e si laurea nel 2007 alla LABA di Brescia, indirizzo Arti Visive. Lavora inizialmente con la pittura e in seguito con l'installazione, la scultura e la video arte. È impegnato anche in progetti di arte sociale. Espone dal 2005 in diverse mostre collettive.

Vera Bugatti
La figura umana è un elemento costante dell’opera di Vera Bugatti, tanto da costituire il perno di un’espressione artistica dall’essenza ontologica. Le tecniche impiegate dall’artista sono invece apparentemente divergenti: segno e colore giungono persino a scindersi. Se il gessetto, medium dei suoi dipinti su strada, è colore destinato a scomparire in un lasso di tempo breve, il fil di ferro, impiegato nei suoi pannelli lignei, è una sorta di grafite plastica che ha la possibilità di invecchiare lentamente, assumendo l’unica colorazione pittorica ammessa, quella derivata dall’ossidazione. In realtà il colore e il segno non sono contrapposti, tanto che nelle sue tele convivono, essi sono componenti del doppio, la Bugatti infatti in tutta la sua opera esplora, attraverso una complessa indagine introspettiva, la percezione dell’ambiguo, del complesso. Una ricerca necessariamente labirintica dell’identità frammentaria, dispersa, della realtà distorta, come la prospettiva da lei impiegata, nonché degli spazi impossibili, surreali, densi di rimandi in automatismo. Il suo percorso ci conduce tra meandri, tra i tracciati della filosofia e della psicanalisi, dove la luce e l’ombra si intrecciano, come i fili aggrovigliati delle sue opere. Le sue scatole ottiche, moderni Mondi novi, ci invitano ad osservare i suoi dipinti attraverso un foro, ad isolarci dalla realtà contingente per vedere altro da ciò che avremmo altrimenti percepito, ma, pur attraverso una visione monoculare, vediamo ancora una volta una visione deformante, destabilizzante.

Nasce a Brescia nel 1979. Consegue la maturità artistica presso il Liceo “Calini” di Brescia e si laurea in Lettere presso l’Università di Parma. Espone in collettive e ottiene riconoscimenti all’interno di concorsi internazionali di Madonnari. Nel 2007 esegue alcuni lavori per L’abbuffata di Mimmo Calopresti. Nel 2008 vince il Premio nazionale di Pittura Emilio Rizzi. Al 2009 risale la sua prima mostra personale, Déjà Vu, tenutasi presso la Galleria dell’Aref (BS).

Marcello Gobbi
L’opera che l’artista presenta in mostra, In fuga, appartiene al ciclo Eros e Thanatos ed è parte di un più ampio progetto intitolato Giudizio universale. Eros e Thanatos rappresentano le due facce di un ciclo che governa l’esistenza: pulsione di vita, amore, e pulsione di morte, odio e distruzione, in un dissidio cosmico che contrappone energie che si attraggono e respingono. A questa polarità l’opera di Gobbi vede inoltre sovrapporsi altri principi dicotomici: lo Yin e lo Yang, ai quali la scultura rimanda per forma, cromia, tensione.
Eros e Thanatos possono assumere l’una la forma dell’altra, tanto che nell’opera non mancano elementi di ambiguità, dall’iconografia, alla materia e alla composizione. Ci si interroga pertanto se le due pulsioni abbiano la medesima apparenza, immagine; ci si chiede di chi sia la fuga: di Eros che cerca di fuggire dalla ciclica danza o di Thanatos che nella morte si separa dal corpo, tornando a una forma d'esistenza inorganica? Altro quesito è quello legato alla forma scultorea, proiezione del pensiero filosofico: esiste uno spazio autonomo per le due entità o entrambe sono racchiuse in una medesima forma? Il materiale stesso nel quale è plasmata la scultura ci trasmette antitesi: allo sguardo abbiamo la sensazione di freddo e la percezione di una materia pungente, al tatto sentiamo calore e morbidezza. Le linee compositive del gruppo plastico tendono a confondere la natura statica con l’idea di movimento, in un gioco vibrante di luci ed ombre. Inscindibili sono il piacere e il dolore, l’erotismo e l’apatia, la vita e la morte, la stasi e il movimento. Il contrasto dialettico è eterno, solo il Giudizio Universale, riletto da Gobbi in termini spirituali, più che religiosi, può offrire la liberazione da un tempo che vede vita e morte in una contrapposta unione ad un tempo in cui le due dimensioni conosceranno lo scisma.

Nasce a Brescia nel 1970. Consegue il diploma presso l’Istituto d’Arte “Caravaggio” di Brescia e nel 1995 si laurea all’Accademia di Brera a Milano, indirizzo Scultura. Sin da subito intreccia il lavoro di scultore con la fotografia. Espone dal 1992 in Italia e all’estero. La sue ultime personali si sono tenute a Venezia presso la Venice Design Art Gallery.

ANDRÉS RECONDO
L’opera di Andrés Recondo, eclettico e camaleontico artista, è metamorfosi, trasformazione, dalla propria immagine, protagonista di video e scatti fotografici, a tutto ciò che egli plasma, crea: la musica, il disegno, gli abiti, le maschere, le sculture. Nulla del resto esiste con forma immobile, stabile e costante, tutto è mutevole e complesso. Ogni esistenza conosce la mutazione, fenomeno legato sia alla frammentazione dell’io, che ai cambiamenti di un corpo cangiante, attraversato dal tempo. La metamorfosi è inoltre stadio necessario per la conoscenza, una conoscenza che è connaturata ad ogni essere umano, ma che può anche essere esperienza suprema, di congiungimento al divino, come per gli sciamani. Si spiega pertanto l’esigenza di un artefatto, della maschera e della veste. La maschera crea un doppio di sé, ed è pertanto possibile intessere un dialogo introspettivo, inoltre, come nel teatro, ci fa rivestire un altro ruolo, uscire da noi stessi, ma essa è anche qualcosa d’altro, permette infatti di esorcizzare la paura, di trasformare la minaccia in protezione, intraprendendo un processo di liberazione spirituale. Lo sciamano indossa infatti una forma, che incarna la potenza dell’invisibile, e riconoscendosi con essa le va incontro. Senza dimenticare che le maschere funebri congiungono la vita alla morte, all’aldilà. Tutti questi aspetti, meditati nella loro complessità, coesistono nell’opera di Andrés. Lo stesso abito, che protegge e inviluppa il corpo, ha una funzione simbolica, colui che lo indossa si appropria delle virtù dell’animale ucciso, fagocitato; non stupisce allora che i suoi abiti ricalchino la texture delle ali squamose delle falene e i variegati motivi delle conchiglie marine e nemmeno che le sue maschere riprendano la forma dei bozzoli o delle elitre del coleottero.
All’interno della torre Andrés crea un’installazione che presenta solo alcuni tasselli di un’opera che ambisce, in una ricerca ancora in atto, ad una performance unitaria ed universale.
Nasce a Brescia nel 1985. Consegue la maturità artistica presso il liceo "Calini" e nel 2009 si laurea alla LABA di Brescia, in Scenografia con indirizzo Moda. Ha collaborato tra il 2008 e il 2009 con The Project Foundation (TPF), agli eventi Ri-Creando e Stupe-facendo, con l’Associazione Contatto Diretto alla sfilata The Sartorialism e con la LABA all'evento I Luoghi dell'Abito: la città. Compone musica sotto lo pseudonimo di "Cerebradinamo", progetto in elaborazione che aspira a coniugare in un' unica opera i molteplici linguaggi acquisiti.

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