2009 - Familyday
 
Testo critico di Giampietro Guiotto
 


L'arte di Claudia Lauro consiste nella realizzazione in scala gigante di oggetti imbottiti che fungono da sculture, cuscini e/o giocattoli sessuali utili sia per l'arredamento delle diverse abitazioni, sia per il soddisfacimento virtuale del bisogno sessuale represso. Le installazioni di oggetti morbidi, apparentemente familiari e domestici, si trasformano, grazie all'arte, in luoghi dell'assurdo e del ridicolo, nei quali ogni creazione segnala l'impossibilità al funzionamento e l'estraneità alla realtà consueta del quotidiano. I lavori di Claudia Lauro, infatti, si occupano di tematiche riferite all'arte nell'era dell'alta mercificazione del soggetto, in particolare dei bisogni sociali indotti nell'attuale società dei consumi.
I grandi peni, vagine o seni imbottiti, carichi di paillettes, veli e tessuti sgargianti, mimano la seduzione dei mobili, degli accessori d'arredamento e dei gadgets, ma, nella simulazione del pezzo artistico unico da esibire nella società elitaria, l'unica che si occupa seriamente di arte, essi ricadono nell'estetica del trash e della pornografia più scadente. Le sue opere, infatti, sembrano mutuate dal mondo dei porno shops e dalle sartorie artigianali dismesse dall'industria o da una presunta pinacoteca di un ospedale psichiatrico. l'artista, che basa dunque le sue creazioni sui valori convenzionali della popular class, o povera gente, dichiarare velatamente di non accogliere la richiesta di merce e il gusto della casalinga disperata, ma di fornire invece godimento immediato e giocoso all'inconsapevole ed ebbra donna comune, compiaciuta dagli oggetti sessuali che può ordinare all'artista, scegliere e possedere. l'atelier dell'artista funge, così, come luogo di fornitura di merce sessuale da confezionare, come sartoria artigianale nella quale ogni cliente può soddisfare il bisogno di merce e personalizzare l'oggetto e il soddisfacimento del bisogno sessuale mancato, per possedere fittiziamente l'oggetto confezionato del desiderio. Come nel mercato del gusto massificato, nel quale ogni oggetto è dotato di involucro accattivante per sollecitare l'appeal immediato e il godimento visivo seducente, anche qui l'oggetto firmato dall'artista diventa ricerca di esclusività, modo per definire la propria personalità, delirio per il feticcio. l'alta artigianalità e la sicura manualità di ogni creazione acquistata trattiene il sapore e l'odore casalingo, mentre la diversità dei tessuti risponde alla personalità dei diversi clienti, alla sollecitazione estetica di colui che chiede il confezionamento personale dell'oggetto, allo status symbol da esibire e promuovere.
In questa continua indagine tra arte, cultura e bisogni di massa, Claudia Lauro presenta ironicamente un mondo fallico, governato esclusivamente dal dominio maschile e dal suo sessismo. Il pene diventa il paradigma universale che azzera la sessualità di ogni soggetto, la differenza naturale tra uomo e donna, fino a ridursi in feticcio asessuato, che tuttavia nasconde vere e contrastanti ideologie, anche sacre oltre che politiche e profane. I grandi cuscini incorporano in sé l'idea di feticismo, la venerazione dell'oggetto sessuale, ma, nella loro materialità fallica, essi uniscono in modo inestricabile la critica all'ideologia e la stessa ideologia. l'oggetto-feticcio, che funge da sostituto di una castrazione, diviene, dunque, oggetto fobico, paranoia e lucida follia, fissazione all'oggetto del desiderio incompiuto e ridicolizzato. Esso è il paradosso di corpi maschili viventi immobilizzati nel momento che precede il piacere, esseri paralizzati come in una sorta di malvagio incantesimo. l'artista mette in scena, così, la storia che permette al soggetto di (fra)intendere il vuoto come luogo di perdita primordiale del desiderio, nel quale ruota la sua pulsione perennemente in conflitto tra legge e proibizione.
l'arte diventa, nella sua artificiosità, strumento psicanalitico in grado di focalizzare il punto esatto, nel quale la pulsione è articolata, come in una ragnatela, dalla norma e dalla devianza, dalla realtà e dalla follia, dalla trasgressione e dall'accettazione dell'Io. l'arte riesce, dunque, a farsi gioco di ogni censura della coscienza collettiva, liberando l'immaginario da falsità ideologiche e costrizioni di pensiero. Pertanto, ogni scultura fallica può comporsi indifferentemente di organi femminili o maschili, fino a generare la transcorporeità, la transessualità e la trans-formabilità. Il lavoro artistico di Claudia Lauro, infine, si fa monito alla manipolazione in atto dei comportamenti sociali, coscienza al parassitismo ideologico e severa indagine di quanto l'ideologia e la merce s?impadroniscano dell'individuo. Il tema della merce e dell'attrazione che essa esercita viene portato all'esasperazione giocosa e formale, al fine di segnalarne la pericolosità e il rapporto di dipendenza psicologica. Nell'installazione, ogni opera funge da simulacro o forma del desiderio mancato, visualizzazione di ciò che è assente alla vita piena dell'individuo, incapace ormai di distinguere nettamente amore e sesso, sacro e profano, normalità e trasgressione, perversione e follia, malattia e salute, corpo integro e protesi, bisogno naturale e bisogno artificiale indotto dalla società consumistica.
Nelle articolazioni visive esilaranti, il lavoro di Claudia Lauro fornisce una risposta sorvegliata alla condizione alienata dell'uomo contemporaneo, esprime la difficoltà e la complessità umana di affrontare i bisogni primari, quali il cibo, la casa, il sesso e l'affetto. Da sempre altamente condizionati e indotti dal processo storico-culturale in atto, i bisogni umani subiscono ora un deragliamento causato dall'aumento accelerato della merce, mentre all'individuo non resta che accettare, passivamente o attivamente, l'ossessione della merce stessa. In questa deriva identitaria, egli perde se stesso, ma, nell'assunzione di pasticche o cibi artificiali, nella manipolazione continua del proprio corpo, l'individuo trasforma la vita reale o naturale in vita virtuale, ancora da vivere.

Giampietro Guiotto